Il ritratto di una santa

Quando ci si accinge a realizzare l’immagine di un santo, si deve comunque partire dai documenti esistenti (fotografie, ritratti attendibili…).
E di Edith Stein, anche a causa del suo innato riserbo, accentuato dal suo ruolo di studiosa, ci è rimasto molto poco: solo qualche immagine fotografica che inquadra il suo volto mite e pensoso.
Proprio da qui sono voluta partire.
Ho circoscritto il suo ritratto, evidenziandone l’inquadratura fotografica, per sottolineare la ‘storicità’ dei suoi caratteri fisionomici in perfetta armonia con la sua stessa personalità: volto forte, lineamenti regolari, sereni e aristocratici di chi ha fatto della sua vita un modello di costante ascesa verso un ideale. Un volto fermo e determinato che domina con la sua serenità l’intera figura sottostante.

Un percorso dalla terra al cielo

In questa mia rappresentazione, la figura di Edith si staglia, ritta e verticale, in un campo di fasce orizzontali.
Ho pensato a queste stratificazioni sovrapposte le une sulle altre, oltre che per evidenziare la verticalità propria degli esseri umani, anche per evocare i gradini, le vicissitudini, i passi che Edith Stein ha voluto fare per elevarsi a Dio: vorrei con questa immagine suggerire all’osservatore un semplice percorso visivo dal basso verso l’alto, quale io stessa ho compiuto sulle orme stesse della martire, seguendola nel suo cammino di ricerca dalla terra al cielo in una sorta di empatia, tanto cara alla sua filosofia.
Partendo dunque dal basso, una prima fascia mostra la croce ormai vuota, abbandonata dalla santa che sta salendo al cielo. Alzando lo sguardo vediamo la prospettiva realistica dei piedi che, vincendo la gravità, si levano in volo. E più su, accanto alle ginocchia robuste, il nome, il titolo del libro e la data della morte.
Proseguendo la nostra ascesa troviamo, nella parte più indifesa e sensibile del corpo, la fascia lacerante del filo spinato, sormontata da una parola, terribilmente evocatrice: Auschwitz. Da qui partono le pieghe delle maniche che, con il loro vortice, sembrano spingere verso il cielo le braccia in un gesto di resa e di monito insieme; tra le braccia, come sigillato, il volto di Edith.
Infine, a chiudere il nostro doloroso percorso ascensionale, le mani della santa e, tra di esse, i due archi.
Nella mia iconografia l’arco è metafora dell’individuo. E i due archi che si uniscono rappresentano la dualità, che per la Stein, sta alla base della comunicazione: gli individui riescono a ‘ comunicare tra loro perché fatti della stessa struttura ‘e proprio per questo sono capaci di indirizzarsi verso l’altro ,verso il trascendente che da millenni noi cristiani affidiamo, come immagine, all’immagine della croce.

La croce incorporata

Per tendere all’unione con Dio, per ogni cristiano è necessario accettare la propria croce, viverci in simbiosi, non tanto accanto ad essa, ma con essa incorporati.
Nella mia ricerca di rinnovamento dell’iconografia religiosa, il corpo e la croce formano spesso un tutt’uno, in una sintesi molto evidente tra l’astratta geometria della croce e la concretezza del corpo umano: le linee del palo verticale della croce si confondono con le curve del corpo stesso, a volte le sostituiscono, a volte sono ben visibili come se il corpo fosse trasparente.
Tutto questo è particolarmente valido nel caso di Edith Stein. Per lei la Croce va vissuta globalmente. E la sua personale Croce ci parla di accaniti studi filosofici, innovativi per una donna di allora, e perciò più difficili; ci ricorda il suo sofferto passaggio dall’ebraismo al cattolicesimo, la sua successiva determinazione di entrare, lei ebrea, addirittura nel Carmelo…
Ma soprattutto la sua Croce ci parla del suo internamento ad Auschwitz, della sua scelta di condividere la sorte atroce delle sue sorelle ebree: ci parla del suo martirio. Tutto questo accade all’interno della croce. Perciò anche in questo mio ultimo lavoro la croce risulta concava: è il luogo da cui partire per volare verso l’Eternità.
Il senso del suo spiccare il volo ho cercato di darlo attraverso i due piedi che si staccano , in una sorta di umana ascensione , dalla terra e dalla croce stessa; ho cercato di darlo attraverso l’abito mosso dal vento, come se l’aria stessa cercasse di attraversare la figura insinuandosi in essa, e se lo Spirito Santo con il suo amore smuovesse tutte le masse…

Il corpo di Edith

Quanto al corpo di Edith, ho voluto rappresentarlo forte ma al tempo stesso morbidamente umano: le carni così appaiono più indifese e vulnerabili, pronte ad accettare la lacerazione del filo spinato, archi pungenti che riescono ad oltrepassare orizzontalmente i limiti della croce per far perdurare in noi l’orrore e il raccapriccio.

Vorrei ora accennare al motivo, nella mia figurazione, di trattare in modo così palesemente distinto gli arti superiori rispetto a quelli inferiori; qui la fisiologia e la visione artistica si riuniscono in quella visione globale ‘femminile’ così cara alla Stein.
All’interno delle funzioni dell’individuo, le gambe svolgono prevalentemente il ruolo di “trasportarlo” da un posto all’altro; in questa tavola esse sono viste come il mezzo per elevarsi dalla terra al cielo, lasciando la croce (quindi la croce, su cui simbolicamente sono state inchiodate, è concava, perché luogo da cui partire per iniziare la salita). Le gambe sono comunque l’elemento che sorregge il peso del corpo e quindi vengono da me rappresentate in tutta l’evidenza della loro funzione, con il loro aspetto “anatomico”.
Per le braccia il discorso è diverso: nella specie umana esse sono deputate al “fare”. Il loro gesto è fondamentale per esprimere l’“agire” di quella persona. Nelle braccia è importante quindi il movimento, il gesto.

Il vento

Nella figura di Edith Stein le braccia sono come mosse da una spinta che in qualche modo trascende la volontà stessa della santa: nelle sue braccia ho cercato di evocare il vento che muove tutte le cose, lo spirito santo che riesce a permeare anche le anime più rocciose e le rende lievi. Ho cercato di rendere il senso di questo alito polveroso.
Ma il vento, nella sua qualità di fenomeno fisico ha anche un suo andamento, una direzione, una velocità, un timbro, insomma. Tutto ciò io ho cercato di esprimere attraverso la linea: è la linea variegata , più o meno sottile, che passa da una superficie all’altra liberamente. Si libera dalle masse e vola autonoma. È la nostra libertà, la nostra volontà, o solo la nostra fantasia.
È comunque libertà. Poi, se porta alla realizzazione, la chiamiamo volontà, altrimenti resta fantasia.
.Per questo mio cercare di vedere il vento muoversi e muovere a sua volta le cose, nel rappresentare una figura faccio in modo che le vesti che la ricoprono siano gonfie, pur lasciando in alcuni punti intravedere il corpo: siamo nudi vestiti, siamo masse che vogliono diventare aria e linea.
L’abito a volte è anche costrizione. I polsini squadrati sono per me da sempre emblema privilegiato di questa costrizione. Però prima o poi anche la costrizione vola via. Il tempo che passa è rappresentato dal coesistere in contemporanea di varie fasi di trasformazione delle masse.
Certe volte durante lo sgretolamento di una massa si staccano dei pezzetti , dei quadratini: piccole, perfette superfici che affiorano dalle masse. Dei pezzetti di vita , brandelli di anima, preghiere che prendono il volo.

Il gesto: la resa, il monito

Dunque le braccia di Edith, alzate e con le palme rivolte verso l’osservatore, sono la parte più emblematica della tavola per il loro significato gestuale.
Il gesto più immediatamente percepibile è quello della resa: è una persona che alza le mani per arrendersi. O meglio, è una suora che si arrende, una specie di contraddizione in termini: la suora è per antonomasia inerme, quindi non ha senso farle alzare le mani… ma lei lo fa. Alza le mani per accettare il sacrificio. E infatti tra le sue mani campeggia, piccolissima e discreta, una croce; anche qui ho voluto esaltare la grandezza morale della croce in contrasto con la piccolezza fisica della croce stessa: paragonate con questa, le mani appaiono grandi, carnose, piene di umana passione.
Ma c’è un altro, più coinvolgente sentimento legato al gesto di Edith di alzare le braccia: il suo modo di rivolgersi verso di noi con le palme aperte, ho voluto collegarlo al suo sguardo. Uno sguardo severo, triste e ammonitore, di madre che si accinge a rimproverare un figlio che ha sbagliato.
Edith sembra voler fermare chi, nel folle vortice di violenza, si prepara all’attacco. Paradossalmente è lei che, arrestata, arresta i suoi aguzzini. Un “fermatevi in nome di Dio”, detto questa volta, anziché con le parole, con una semplice immagine scultorea.

Le scritte

Un’ultima osservazione sulle scritte che anche in questa mia opera sono presenti, per il loro straordinario potere di evocazione.
Anche qui ogni parola ha una sua collocazione e una sua apposita grafia.

“Auschwitz”

La parola inizia con uno stampatello ordinario, che di colpo si spezza: è la follia alienante del lager che si realizza nell’impatto contro la indifesa nudità del corpo. Si assiste infatti ad una schizofrenica separazione: la società, l’istituzione, che dovrebbe avere nell’equilibrio e nell’ordine la sua ragion d’essere, diviene essa stessa violenza e disordine. E la parte più debole dell’istituzione stessa, la suora inerme, ne è la vittima sacrificale.
Proprio per questa scissione passa la via della santità, quella linea ascendente che trascina Edith da terra fino a Dio.

“Edith Stein”

È il suo nome, quello che le è stato imposto fin dalla nascita; perciò nella tavola l’ho collocato verso la base.
Sappiamo che ogni nome ha un suo carattere che pian piano si viene assimilando alla stessa personalità. La grafologia è spesso compatibile con la fisiognomica; le lettere che compongono il nome di Edith hanno quindi in questa tavola un carattere armonico con le forme della sua individualità, della sua immagine corporea.
“Scientia crucis”
È il titolo della sua opera più significativa. Lo colloco quindi in un riquadro, proprio per evocare la forma di un libro, libro come concentrato della vita spirituale, intellettuale e religiosa di una creatura.
Un libro, quello di Edith Stein, che idealmente ha finito di essere scritto nel 1942, l’anno in cui la sua vita è stata interrotta, rendendo lei stessa immortale. Anche qui la grafia è importante: la parola scientia è scritta con il rigore universale della ricerca scientifica (filosofica, storica ecc…); la parola crucis ha invece un percorso più personale perché personale è il modo di vivere la sofferenza, di vivere la propria croce.
In questa tavola il percorso della parola crucis ha un suo andamento che inizia orizzontale, parallelamente alle vicende degli uomini, ma ad un certo punto si inarca verso l’alto per spiccare il volo: la “s” finale sembra voler salire verso il disegno della piccola croce che campeggia al di sopra di tutta la composizione.